mercoledì

LA PRIMA INFANZIA: UN PERIODO ESTREMAMENTE IMPORTANTE

L'educatore e i genitori rivestono un ruolo di grande responsabilità nei confronti del proprio bambino, in particolare nei primi anni di vita, in cui egli si presenta ancora estremamente fragile nei confronti del mondo che lo circonda. È necessario, per questo motivo, che i caregivers del bambino, ovvero i suoi genitori nel contesto familiare e l'educatore al nido, instaurino un forte legame con esso, attraverso una comunicazione funzionale ai suoi bisogni primari, che si esprima non solo attraverso le parole ma anche mediate gesti, espressioni, sguardi e carezze.
Purtroppo però, accade che gli adulti non sempre riescano a captare segnali di emergenza e di disagio, ciò avviene perché non riescono ad interpretare il malessere del bambino, sopratutto se neonato, oppure perché i sintomi sono del tutto latenti e quindi non manifesti.
Tutto ciò può determinare una condizione estremamente dannosa per il bambino, che viene cresciuto ed accudito in uno stato di apparente tranquillità e benessere, favorendo il proliferare del disagio o della malattia e prorogando inconsapevolmente strategie d'intervento utili per il superamento del problema.
Per evitare tali situazioni, il nido d'infanzia si avvale dei suoi operatori qualificati (educatori, psicologo e pediatra), i quali, per mezzo di delicati sistemi di osservazione e grazie ad una lunga esperienza, cercano di individuare possibili stati di malessere o disagio, indagandone le cause e le possibili conseguenze, con l'obiettivo di intervenire tempestivamente e risolvere nel più breve tempo possibile tali emergenze.
Il nido d'infanzia e i suoi educatori sono consapevoli dell'importanza dei primi tre anni di vita, come periodo cruciale per individuare possibili deficit, malattie o disagi. Difatti se tali problematicità si rilevassero solo dopo parecchi anni dalla nascita, l'intervento e la riabilitazione educativa avrebbero un'efficacia esigua, al contrario, se tali problemi venissero diagnosticati nella prima infanzia sarebbe ancora possibile, tendere ad un miglioramento o addirittura ad un superamento di molte patologie, garantendo al bambino e alla sua famiglia una condizione di vita dignitosa.

I BAMBINI "SPECIALI" AL NIDO D'INFANZIA

Per bambino speciale, si vuole intendere un insieme molto vasto di condizioni nelle quali può trovarsi un bambino con la sua famiglia; il bambino speciale non è solo colui che presenta un deficit o una patologia conclamata (ritardo mentale, autismo, sordità, cecità...) ma anche colui che presenta un disagio (relazionale, comportamentale, d'inserimento o d'integrazione) o semplicemente un bambino che presenta una problematicità transitoria. Per questo motivo, qualsiasi bambino potrebbe trovarsi in condizione di difficoltà e necessitare dell'aiuto della pedagogia speciale, che si manifesta attraverso le azioni e le pratiche dell'educatore.
Nel momento in cui l'educatore riconosce nel bambino una difficoltà, si avvale della pedagogia speciale e del suo ruolo fondamentale per agire.
Il ruolo fondamentale della pedagogia speciale è quello di identificare i bisogni speciali delle persone, saperli leggere ed interpretare in maniera precisa e delineare delle risposte adeguate per soddisfarli.”1
Come prima cosa, Cottini evidenzia l'importanza di ricercare ed individuare i bisogni concreti e specifici del bambino in difficoltà, attraverso le competenze percettive e interpretative possedute dall'educatore.
Poi si passa all'interpretazione di tali bisogni (individuali e quindi diversi gli uni dagli altri), per orientarsi verso specifiche risposte.
Ed in fine tali risposte devono concretizzarsi in azioni reali e concrete, atte a favorire il miglioramento delle condizioni del bambino, anche quando il senso comune vede l'impossibilità del cambiamento e l'inattuabilità di qualunque progresso.

1Cottini Lucio, Didattica speciale e integrazione scolastica, Roma, Carocci editore, 2005, p.15

FAMIGLIE DI IERI E FAMIGLIE DI OGGI...

Le famiglie di oggi non possono più essere paragonate a quelle di un tempo, poichè molti fattori sociali, soprattutto in quest'ultimo secolo, si sono adattati al nuovo stile di vita moderno.
Un tempo all'interno della famiglia i ruoli erano ben definiti, i genitori detenevano il rispetto dei figli, mediante regole e sanzioni  molto chiare e rigide, essi quindi erano sicuri del ruolo genitoriale che rivestivano; difatti, spesso venivano aiutati nel loro ruolo di genitori, dai nonni o dagli altri familiari, poiché le famiglie di un tempo erano molto grandi e comprendevano più generazioni. Tale convivenza, permetteva a tutti i membri familiari di condividere gli stessi modelli culturali ed educativi. Inoltre, le famiglie riconoscevano le istituzioni educative, come strutture adatte alla crescita e allo sviluppo di nuova forza lavoro utile in casa e nell'agricoltura, per questo motivo, delegavano totalmente i loro figli alle istituzioni scolastiche.
Oggigiorno, le cose sono molto cambiate, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dei genitori.
Vi è una notevole difficoltà nel conciliare la produttività (lavoro) con la riproduttività (avere figli), questo ha comportato notevoli cambiamenti sia per quanto riguarda il ruolo genitoriale, che per quanto riguarda lo stile educativo familiare.
Il lavoro, lascia poco spazio allo sviluppo di una famiglia, soprattutto in età giovane, ciò comporta la formazione di nidi familiari solo ad un'età parecchio avanzata, che determina la scelta di poter occuparsi solamenete di un unico figlio, nel quale si ripongono tutte le aspettative familiari.
Tali famiglie, spesso si ritrovano a non aver più l'appoggio dei nonni o di altri familiari, e ciò comporta la mancanza di una rete di supporto pratica e psicologica, inoltre i genitori non avendo un punto di riferimento dal quale prendere spunto, non sono in grado di rivestire un ruolo genitoriale consono e completo.
Spesso, infatti, è la madre (che passa più tempo con il bambino) a svolgere il ruolo più autoritario, mentre il padre (poco presente in casa a causa del lavoro), assume un ruolo protettivo e dolce. 
 La mancanza di valori di riferimento e di modelli educativi chiari e condivisi, comporta una forte sfiducia in se stessi, come genitori, e nei confronti delle istituzioni.
L'educatore, ha il compito di aiutare e sostenere la famiglia e il bambino offrendo loro un modello educativo che si avvicini il più possibile al loro stile familiare, per favorire una buona cooperazione all'interno delle strutture educative.
Egli è anche consapevole che oggigiono ci sono differenti tipologie di nuclei familiari; non esiste solo la famgilia "standard", ma anche le famiglie composte da un solo genitore, o ricomposte. Sarà, quindi, compito dell'educatore saper approccirsi nel migliore dei modi, nei confronti di tali genitori e bambini, evitando qualiasi tipo di difficoltà, e promuovendo le risorse interne di ciascun componente familiare.

giovedì

IL RUOLO DELL'EDUCATORE

Tale figura professionale richiede una grande responsabilità nei confronti dei propri utenti; essa si realizza attraverso una costante attenzione verso tutto ciò che genera, produce o contribuisce a produrre: la nuova generazione. Per questo motivo, favorisce uno sviluppo educativo in maniera equilibrata ed armonica, che valorizzi sia il soggetto nella sua realtà che ha bisogno di protezione e aiuto, sia il soggetto culturale, che per diventare tale, deve fare esperienza di autonomia.
Quando una realtà si distanzia dagli standard sociali, tende ad essere emarginata assieme ai suoi protagonisti; al nido d'infanzia, al contrario, queste realtà complesse vengono affrontate attraverso la competenza professionale dell'educatore, che può far riemergere una famiglia e il proprio bambino da una situazione problematica.
Nel momento in cui in una famiglia arriva un figlio che presenta evidenti difficoltà, le problematiche pedagogico/educative intrafamiliari si accentuano macroscopicamente.
Per i genitori è importante sentire che qualcuno comprenda la loro angoscia e i loro sentimenti negativi e che si prenda carico di questa situazione complessa, ricavandone opportunità positive per tutti i soggetti coinvolti.
L'educatore per sostenere i familiari e il bambino deve instaurare con essi una relazione d'aiuto efficace; essa si fonda sul sostegno e l'aiuto di soggetti bisognosi e in situazioni complesse, presupponendo in questi, il loro poter essere migliori in una dimensione temporale futura.
L'obiettivo di una relazione d'aiuto oltre ad essere di tipo assistenziale è anche di tipo relazionale; si punta alla costruzione di una relazione solida e duratura, in cui non è solo l'educatore che aiuta il soggetto, ma è anche il soggetto che da valore ed importanza a ciò che si realizza. Tale relazione è vista all'apparenza come un tipico rapporto tra disuguali, ma che in realtà viene attuato proprio per trasformarsi in rapporto d'uguaglianza.
Perché tale condizione si realizzi, innanzitutto chi presta aiuto non deve approfittare del bisogno continuo della persona in difficoltà, assumendo il ruolo di salvatore. A mio avviso, questo tipo di atteggiamento si presenta caratteristico di molti genitori, i quali, costantemente, considerano il loro piccolo bisognoso di cure, rendendolo poco responsabile della sua condizione e del tutto esente da ruoli attivi. Da ciò deriva l'enorme problema dell'identità delle persone disabili.
Un'altra condizione essenziale che deve verificarsi è la sospensione del giudizio; l'educatore non può giudicare il proprio bambino come incapace a realizzarsi e quindi palesemente sconfitto dalle proprie difficoltà, anzi, deve promuovere costantemente un modello evolutivo personalizzato.
Chi viene aiutato inoltre non può, a causa del suo deficit, assumere un ruolo del tutto statico, al contrario deve misurarsi nel ruolo di collaboratore e contribuire al suo stesso miglioramento; questo atteggiamento deve essere favorito soprattutto nei confronti dei bambini, che devono essere coinvolti empaticamente nella propria relazione di cura, favorendo in loro un atteggiamento responsabile ed egualitario nei confronti di chi li assiste.
Tali atteggiamenti, a mio avviso, costituiscono i principi basilari per una buona relazione d'aiuto, assicurando al meglio lo sviluppo fisico, psichico e relazionale del bambino all'interno del suo nucleo familiare e del più ampio contesto sociale, che è il nido.
Come si è precedentemente affermato, non si può intervenire solo ed esclusivamente nei confronti del bambino disagiato, ma anche sulla coppia genitoriale, detentrice del sapere “genuino” e punto di riferimento indiscusso del figlio.
Una delle missioni più importanti e nel contempo difficili dell'educazione è proprio quella di alleare educatori, professionisti e genitori a considerare il disagio o la disabilità come una “soglia” che deve essere superata, attuando insieme un pensiero che poi si realizzi in progetto evoluzionistico nei confronti del bambino. Occorre, quindi, sostenere primariamente i genitori nella cura e nella scoperta del problema del figlio, cercando di sviluppare in essi la capacità di reagire positivamente alle avversità, a tollerare il non-sapere, ponendo fiducia e rispetto nei confronti dei professionisti.
Innanzitutto l'educatore deve aiutare madre e padre a riacquistare le proprie forze e a ridisegnare la propria storia familiare; una componente strategica utile per riadattare la propria vita nei confronti del figlio in difficoltà è creare un'alleanza di coppia. Molte volte, se ciò non avviene, i genitori rimasti soli nel proprio dolore, rischiano di non riconoscere il figlio per ciò che è veramente, innescando altrettante difficoltà.
A mio parere, alcuni educatori, in situazioni tali non si permettono di “entrare” nella vita e nel privato doloroso di queste famiglie, non tanto per una questione di timore ma soprattutto di rispetto; da un lato condivido questo comportamento non invasivo, ma dall'altro mi rendo conto che nonostante un possibile inizio traballante, è decisamente utile creare una relazione di sostegno e fiducia reciproca tra educatori, professionisti e famiglia, favorendo un clima collaborativo atto a migliorare la vita familiare e nel contempo ad incentivare una serena permanenza del bambino e della sua famiglia al nido.
In queste situazioni problematiche, l'educatore si avvale della mediazione come strumento efficace per risolvere possibili conflitti.
Per fare ciò, egli deve essere in grado di riconoscerli, accettarli e soprattutto gestirli, cercando di far uscire il soggetto da una situazione conflittuale, favorendo il passaggio da un atteggiamento statico a uno dinamico e creativamente partecipativo.
Un altro compito dell'educatore è quello di saper sottolineare il positivo, ovvero di saper riconoscere e lodare il bambino quando opportuno; tale comportamento viene definito come feedback positivo, poiché l'insegnante invia al proprio educando una risposta di conferma per ciò che ha fatto, motivandolo a continuare in quella direzione.
Un'altra competenza è quella di saper ridimensionare, soprattutto nei confronti dei bambini in difficoltà; consiste nel saper sdrammatizzare una situazione di disagio che si viene a creare a causa del bambino, tale comportamento serve ad alleggerire esperienze di insuccesso o momenti di ansia che potrebbero limitare lo sviluppo del bambino e incoraggiare quest'ultimo a tentare di nuovo.
L'arte d 'incoraggiare è compito dell'educatore, il quale prende in esame le risorse del bambino e il modo in cui vengono utilizzate, con l'obiettivo di migliorarne la sua condizione generale.
Bisogna innanzitutto sviluppare nel soggetto l'accettazione di se stessi, ovvero riconoscere realmente la propria persona con pregi e difetti, puntando quindi sulle capacità, prerequisito fondamentale per potersi sentire utili nella relazione con gli altri o nel gruppo sociale, mediante lo sviluppo di motivazioni interne e personali.
Numerose sono le strategie di incoraggiamento che vengono utilizzate dagli educatori, ciò è dovuto dal fatto che ogni bambino è diverso e richiede una particolare spinta per superare un ostacolo, che ai suoi occhi risulta invalicabile.
Molti si avvalgono del dialogo e in particolare dell'ascolto attivo come mezzo per sostenere il bambino durante il suo percorso in salita, concentrandosi sugli aspetti positivi e sull'accettazione di possibili momenti d'incertezza; di estrema utilità è il coinvolgimento affettivo, soprattutto con i più piccoli, i quali, grazie all'amore dell'educatore si sentono più protetti ed incoraggiati.
L'incoraggiamento è un processo che si realizza nel momento in cui un soggetto è senza speranze e non crede alle proprie capacità; colui che incoraggia deve essere determinato a risollevare la persona in difficoltà per favorire il suo successo, è quindi un atto di altruismo che chiunque può fare.
Naturalmente, al nido tale processo risulta più complesso, in particolare se si tratta di genitori in difficoltà, nei quali le motivazioni interne e l'autostima sono del tutto spente; in questo caso, gli educatori per poterli incoraggiare dovranno mettere in atto una molteplicità di strategie per ridare forza e voglia di riscatto.
L'educatore per poter essere definito come un professionista dell'educazione deve quindi possedere una molteplicità di conoscenze e competenze, sia professionali che personali, le quali si consolidano durante il momento stesso in cui vengono utilizzate, questo processo determina una continua evoluzione di tale professione, la quale non può realizzarsi solo mediante una buona prassi educativa, ma soprattutto attraverso la sua realizzazione concreta.
È significativo chiedersi di quale educatore abbia bisogno una struttura educativa orientata all'integrazione di bambini speciali e quali conoscenze e competenze sono richieste a tutti gli insegnanti per svolgere un ruolo così delicato.
L'educatore deve essere un protagonista attivo del processo formativo, per questo motivo deve possedere una mentalità progettuale e dinamica, per costruire programmi di studio ragionati e per sviluppare opportune situazioni di apprendimento, in relazione all'età degli allievi, alle loro caratteristiche (a volte molto speciali) e al contesto in cui si opera.
L'educatore si caratterizza come professionista specializzato, quando risulta una persona di valore che possiede una formazione educativa basata sul possesso di specifiche conoscenze, competenze metodologiche e di abilità personali di tipo comunicativo e osservativo, necessarie per favorire e gestire adeguatamente le relazioni interpersonali.
L'ambito delle conoscenze si riferisce a quelle relative allo sviluppo e all'apprendimento, che di fatto caratterizzano il DNA di ogni insegnante e quelle specifiche, riferite alle tipologie di deficit e alle strategie della didattica speciale.
Venendo all'ambito delle competenze, queste possono essere inquadrate in quattro categorie di abilità, che caratterizzano l'educatore di qualità:
  • abilità personali
  • abilità di programmazione didattica
  • abilità di conduzione dell'insegnamento
  • abilità relazionali
Alla prima categoria fanno riferimento quelle abilità che si riferiscono alla persona prima ancora che all'educatore. In questa prima area di abilità vanno comprese anche quella di affrontare positivamente i problemi e di assumere decisioni pertinenti di fronte alle situazioni, spesso molto complesse, che si determinano nella prassi didattica riferita ad allievi con bisogni speciali.
Va sottolineata l'esigenza che l'educatore possieda forti dosi di autocontrollo, per poter affrontare contesti potenzialmente stressanti senza scaricare ansia e aggressività nelle relazioni interpersonali.
La seconda categoria di abilità riguarda la competenza nella programmazione didattica, che è stata affrontata pienamente nel terzo capitolo; si tratta di un percorso flessibile e articolato, che può svilupparsi in modi diversi in relazione a variabili connesse all'età dei bambini, ai deficit, ai contenuti da proporre, al contesto, ecc.
Il terzo livello di abilità si riferisce alla capacità di creare un clima adeguato per l'apprendimento, di organizzare e gestire gli spazi e i tempi, di favorire momenti di osservazione e valutazione e di adattare il progetto didattico in relazione ad essi.
La quarta area si focalizza sulla relazione e in particolare sulle competenze comunicative necessarie per la relazione con gli allievi, con i colleghi, con i familiari, con gli specialisti e con le altre figure che interagiscono nell'ambiente scolastico.
In conclusione, la professione educativa è estremamente impegnativa e necessita, per essere svolta in maniera adeguata, di una solida formazione, di una consolidata esperienza e di una capacità di riflettere costantemente sul proprio operato; solo così sarà possibile svolgere un lavoro educativo di qualità con impegno e professionalità, affrontando con serenità e determinazione qualsiasi tipo di realtà la vita presenti.







mercoledì

NO ALLA FAMIGLIA COME UTENTE/CLIENTE

Diciamo no alla famiglia come utente che quindi deve sottostare alle regole del nido e alle sue imposizioni e di ciamo no alla famiglia come cliente, che considera il nido come un semplice prodotto di cui usufruire come meglio crede.
Diciamo SI invece alla famiglia come partner e collaboratore del nido, che si impegna nella sua realizzazione e nella sua missione: crescere al meglio e in tutte le sue parti il bambino.
Nella relazione di partenariato, il nido e i genitori sono considerati alla pari, con ruoli definiti e complementari e con saperi e competenze interdipendenti per il raggiungimento di un unico obiettivo!

venerdì

L'IMPORTANZA DEL PRIMO INCONTRO

La prima riunione tra educatori e genitori è un momento di estrema importanza per entrambe le parti: il nido deve presentarsi al meglio e dimostrare le sue capacità e le sue credenziali, mentre i genitori valutano obiettivamente se la struttura è idonea alle loro esigenze ma soprattutto al loro figlio.
Per gli insegnanti la prima riunione rappresenta un opportunità per sviluppare i seguenti obiettivi:
-conoscere mamma e papà  e i relativi bambini
-fornire informazioni ed indicazioni di tipo orgazizzativo ( es. orari)
-iniziare sin da subito il processo di ambientamento
-fornire l'occasione ai genitori di esprimere le loro domande
-costruire un rapporto di reciproca fiducia
-proporre e condividere il progetto di una scuola come luogo di crescita per tutti, che necessita di responsabilità educativa condivisa e della partnership insegnante-genitore
La riunione per essere svolta nella maniera migliore deve essere costituita da diverse fasi.
La prima rigurda l'accoglienza: le educatrici si presentano e fanno una piccola presentazione della struttura
Poi avviene lo svolgimento che rappresenta la parte centrale dell'incontro, nella quale vengono consegnati il VADEMECUM e in un secondo momento la SCHEDA CONOSCITIVA.
Il vademecum ha l'obiettivo di fornire tutte le informazioni pratiche di cui ha bisogno il genitore mentre la scheda conoscitiva ha il copito di fornire una conoscenza basilare del babino che entrerà presto al nido e viene efettuata dai genitori.
Le educatrici quindi focalizzano la loro spiegazione sulla pedagogia della scuola e sul loro stile educativo.
L'ultima parte è costituita dalla conclusione nella quale si valorizza ciò che è emerso in termini di competenze reciproche e risorse.

lunedì

L'IMPORTANZA DI ESSERE IN DUE !!!!

"Non importa se mamma e papà sono separati, l'importante è che entrambi si interessino per il mio bene"
L'importante non è essere una coppia ma esserci entrambi per il proprio figlio!
Molti sono i bambini che hanno genitori separati, questo però non deve essere un limite per loro, difatti una coppia può anche smettere di essere tale, ma genitori si resta per sempre, è importante quindi che sia il padre che la madre partecipino attivamente alla vita scolastica del figlio, cosa che spesso accade anche quando i genitori stanno insieme.
L'invito è rivolto quindi a tutte le famiglie, di qualsiasi genere, perchè spesso è solo ed esclusivamente un genitore ad occuparsi della vita pratica del figlio ( andare alle riunioni, portarlo al nido, partecipare alle recite e alle feste) mentre l'altro, spesso a causa del lavoro è impossibilitato.
Tutto ciò è comprensivo ma non deve essere la routine...l'educazione di un figlio se condivisa tra genitori migliora sia il comportamento del figlio (che evita di essere straviziato o abbandonato a se stesso) sia la responsabilità e il giudizio dei genitori, che si suddividono gli incarichi e la "mole" del lavoro.
Gli educatori puntano molto sull'aiuto della coppia genitoriale e sul loro sapere "pratico" per poter crescere al meglio il loro figlio e per avere la sicurezza che il bambino, nel caso uno dei genitori abbia qualche difficoltà, possa essere accudito da mani esperte di un genitore che conosce a pieno la vita del proprio figlio.